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Ci sono studenti e studenti

Ci sono studenti e studenti.

Meglio: esistono individui ed individui.

Ancora meglio: esistono personalità e personalità.

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Man mano proseguo in quella che è la mia esperienza professionale, assisto ad evoluzioni e rivoluzioni nel substrato di quella che noi adulti amiamo chiamare la FUTURE GENERATION, ossia quel multiforme e caleidoscopico brulicare di energie, volti, voci, menti che sono il termine ultimo del nostro mandato di educatori e formatori, nonché esempi.
Perché “esempio” è ciò che dobbiamo dare, prima di “nozione”. “Esempio” è ciò che dovremmo essere, prima che “operatori didattici”.
Giungo a questa personalissima riflessione in una sera di fine Anno Scolastico, quando la stanchezza e il mal di testa si fanno sentire più caparbiamente e le preoccupazioni affollano i pensieri in maniera ancora più assoluta e pungente rispetto ai mesi passati; quando le serate si allungano e balzano in mente le private e ormai lontane paure delle “notti prima degli esami” (le mie) dell’inizio degli Anni Zero; quando l’ennesimo “ciclo excoliano” sta per veder scoppiettare le ultime braci.

Sì, perché i ragazzi sono un fuoco! Un fuoco che, spessissimo, brucia l’anima dal nervoso e dalle preoccupazioni, ma che, dopotutto (anzi: soprattutto!), divampa come una speranza che ha quel qualcosa di “religioso” e misterioso quando, poi, cresciuti e ad obiettivi raggiunti, ti regalano quel dannatissimo sorriso o ti danno quel temutissimo abbraccio che, malgrado tutto, finisci immancabilmente per portarti dietro e dentro per il resto della tua vita lavorativa.

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Non sono un’insegnante. Non sono una pedagogista. E non c’è nemmeno una carta che possa attestare una mia preparazione specifica per lavorare con gli studenti e per sentirmi in “diritto” di esprimere un giudizio su come queste nuove generazioni di adolescenti un po’ spaventino e un po’ consolino. Sono una semplice impiegata delle Scuole Private Laiche, che, però, in undici anni, ha visto transitare davanti ai propri occhi centinaia e centinaia di studenti e studentesse, tutti con problematiche più o meno importanti, ognuno sicuramente con qualità che spesso mi hanno lasciata a bocca aperta.
Quest’anno mi sono trovata a riflettere in maniera più viscerale sulle difficoltà che alcuni di questi hanno palesato lungo il proprio viaggio insieme a me e ai miei colleghi. Sovente mi sono trovata ad essere impotente spettatrice di nuove espressioni di vissuti di disagio che, certamente, interessavano anche altri ambiti delle vite di queste giovani ed acerbe personalità, al di fuori di quello scolastico. Indizi, atteggiamenti ed intrecci all’apparenza casuali, i quali sono molto difficoltosi da carpire e da definire in maniera chiara, precisa e lineare. Sicuramente sono assai complessi da gestire per chi non ha un’adeguata preparazione alle spalle o un’esperienza sufficientemente profonda a sopperirne la mancanza.

Ma… che tipo di disagio? Quello che si esprime con un atteggiamento di chiusura e rifiuto dell’autorità, certamente, ma anche quello che si manifesta con un comportamento e un gergo offensivo o blasfemo, nonché con l’uso e l’abuso di sostanze fuori e dentro l’ambito scolastico e familiare. A volte, purtroppo, quello che si esprime con comportamenti autolesivi, o di bullismo e, va da sé, di totale trasgressione delle regole.
La parola “disagio” (mi sono documentata!) proviene da DIS, prefisso latino che significa separazione e negazione, e AGIO, dal tardo latino, derivante da ADIACENS (che sta vicino, facile da raggiungere), oggi utilizzato come sinonimo di benessere. Quindi il termine “disagio” significa letteralmente scomodo, ma viene utilizzato maggiormente con la valenza di malessere.

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Ed è scomodo, andare a scuola, per qualcuno! È faticoso! Mette a dura prova le proprie certezze, mina i personalissimi confini mentali che ogni individuo dai dodici ai sedici anni, ormai, s’è costruito e fa fatica a mettere in discussione! Andare a scuola è una cosa da duri, al giorno d’oggi: è per coloro che sanno stare al passo, per chi non ha difetti, per chi è “figlio di” . E chi non ha certe caratteristiche rimane indietro, ma (concedetemi il termine poco oxfordiano) non è fottuto. No che non lo è! Non finché c’è gente come quella di cui sto portando testimonianza!

Questo disagio, questo mal di vivere, questa totale insoddisfazione e terrore si esprimono, purtroppo, in una grande varietà di situazioni problematiche che espongono gli studenti al rischio di insuccesso e di disaffezione alla scuola. Mancini e Gabrielli (1998) lo definiscono come<<uno stato emotivo, non correlato significativamente a disturbi di tipo psicopatologico, linguistici o di ritardo cognitivo, che si manifesta attraverso un insieme di comportamenti disfunzionali (scarsa partecipazione, disattenzione, comportamenti prevalenti di rifiuto e di disturbo, cattivo rapporto con i compagni, ma anche assoluta carenza di spirito critico), che non permettono al soggetto di vivere adeguatamente le attività di classe e di apprendere con successo, utilizzando il massimo delle proprie capacità cognitive, affettive e relazionali.>> La visione da accogliere, per ciò che ho potuto valutare in questi anni, quindi, dev’essere di tipo circolare, a tutto tondo, in quanto l’enorme ingranaggio delle istituzioni e delle tradizioni culturali è strettamente connesso, che ci piaccia o no, al microcosmo dell’ambiente di vita e delle relazioni personali del soggetto.

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L’essere umano, dopotutto, è fondamentalmente relazionale.  Il genere e la qualità delle relazioni, è banale dirlo, influenzano il funzionamento dell’individuo stesso. Questo mi ha portato, nel tempo, a desiderare di capire meglio come una situazione di disagio scolastico non sia da trattare come un problema dell’alunno o dell’alunna singoli, bensì come una condizione di difficoltà di tutti i componenti del sistema di cui lo studente si ritrova a far parte. E quindi, certo, la famiglia, gli amici, le attività extrascolastiche, gli interessi intimi e reconditi si trovano ad essere,  essi stessi, il veleno e l’antidoto di ciò che il soggetto si trova ad affrontare.
La prima figura astratta che mi viene in mente, ragionandoci su, è il cerchio. Questo perché solamente ed inderogabilmente facendo circolo intorno a chi sta soffrendo o passando un periodo difficile della propria giovane esistenza, solo avvicinandoci e stringendoci a lui o lei, facendo sentire il nostro respiro vicino al loro, imponendo (a volte) atteggiamenti d’intransigenza e (a volte) di estrema dolcezza, non lasciando vie di fuga a chi, purtroppo, scappatoie ne vuol trovare in ogni dove, solo così, ritengo, gli obiettivi possono essere raggiunti ed i risultati, alla fine del cammino, festeggiati.

Mi rattristo quando alla domanda “Come stai?” uno studente delle scuole medie o superiori risponde “Stanco!”; mi amareggia vedere le ragazze o i ragazzi che, al primo mal di testa, ottengono il permesso (o se lo prendono e basta!) di starsene comodi a letto… e mi addoloro ogniqualvolta una madre o un padre si lasciano andare con me ad un non meglio precisato “Non so più che fare!”… e, allora, è in quel momento che capisco qual è il ruolo fondamentale ed imprescindibile di un Centro come quello in cui lavoro e che mi dà l’opportunità di esprimere il mio punto di vista tramite queste righe, forse un po’ confuse: il nostro ruolo è ESSERCI. Essere dentro. Essere per. Essere con. Essere attorno, in cerchio.

E il mal-essere di cui sopra, col tempo e l’impegno da parte di ognuno, spesso riesce ad evolversi, a rivoluzionarsi, tramutandosi in  ben-essere.

Son soddisfazioni.

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